Sulle spalle di Frege

Sulle spalle di Frege

Dummett, nel suo libro ALLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA ANALITICA, mostra come il linguaggio sia fondamentale nell’analisi dei pensieri e della conoscenza. Il primo autore che intraprese questa direzione, che operò la svolta linguistica, fu Gottlob Frege. In particolare, questa svolta linguistica si basa su tre punti principali.

1.       La comprensione dei sensi costituenti, ovvero le “parti di un pensiero”, è subordinata alla comprensione dell’enunciato che lo esprime[1]. L’enunciato, infatti, esprime un pensiero in base alle proprietà semantiche o,meglio, in base all’accettabilità di essere vero o falso: parlare di pensiero è parlare delle interrelazioni semantiche fra parti dell’enunciato.

2.       Diamo le seguenti definizioni fregeane. Il riferimento di un’espressione o di un enunciato è il suo valore di verità: in termini linguistici è l’ente a cui si riferisce l’espressione e, se la corrispondenza tra ente ed espressione sussiste, allora asserzione è vera; altrimenti è falsa. Dopo aver specificato le stipulazione che regolano un l’enunciato (ovvero le regole di generazione di una frase, avrebbe detto Chomsky), Frege spiega il senso delle espressioni: il senso di un enunciato nel linguaggio simbolico è il pensiero “che è soddisfatta la condizione per il suo avere valore vero, condizione specificata dalle stipulazioni riguardanti il riferimento; il senso di ciascuna espressione componente è il suo contributo alla determinazione di quella condizione”[2]. Per analizzare un’espressione ci deve essere prima qualcosa di cui il riferimento è il riferimento e poi il modo in cui il riferimento è determinato. Per questo possiamo ipotizzare che le prime parole pronunciate siano state prettamente contestuali, referenziali, come per esempio i dimostrativi.

3.       Siccome un senso di un pensiero dipende dal senso di un enunciato, dobbiamo domandarci cosa conferisce senso a un enunciato. Il senso, per Frege, è legato alla verità, così come la nozione di verità è legata a quella di asserzione: “un’affermazione è vera solo se la sua asserzione è corretta”[3]. Diventa, dunque, fondamentalmente lo studio dell’uso della lingua nella comunicazione.

In base a questo terzo punto, si spiegherebbero fenomeni lingustici assai importanti. Il linguistica Sapir, infatti, credeva  anch’egli che il fatto linguistico essenziale è “nella classificazione, nella configurazione (patterning) formale, nel rapportarsi dei concetti. Ancora una volta la lingua, come struttura, è nel suo aspetto interno lo stampo del pensiero”[4]. Insieme ad Benjamin Lee Whorf, Sapir propose questa ipotesi: se un’esperienza è codificata in un determinato modo da una lingua, l’uso di quella lingua può predisporre i parlanti a vedere il mondo operando le stesse distinzioni codificate in quella lingua[5]. L’ipotesi Sapir-Whorf potrebbe essere giustificata in questo modo. Certamente la versione forte è da scartare: non possiamo affermare che, se una lingua non esiste unaparola per un colore, allora il parlante non vede quel colore. Ma sicuramente, affermerebbe Frege, non possiede coscienza di quel colore e quindi conoscenza. Un pensiero oggettivo non si potrebbe dare. Anche la versione debole dell’ipotesi è estremamente interessante: la mancata focalizzazione, da parte della lingua, per quel particolare colore, lo rende non rilevante all’interno di quella cultura. Un pensiero su un determinato oggetto diventa, quindi, possibile solo se necessario. Cosa lo rende necessario? L’adattamento all’habitat circostante. Un oggetto diventa riferimento di un’espressione quando è focalizzato attraverso una codificazione linguistica. La focalizzazione in due lingue differenti (ma già in due sensi differenti) non è mai uguale: i diversi modi di dare un oggetto in due lingue è selezionato in modo tale che la società focalizzi l’attenzione su un pacchetto di informazione utile per il discernimento di oggetti necessari per quella società. Comprensione e significato sono correlati.

Torniamo ora al pensiero di Frege e diamo la seguente definizione di proporzione: è ciò che esprime il proferimento di un enunciato. Questo però ci porta a presupporre di comprendere già il signficato dell’enunciato e quindi le sue condizioni di verità. Una teoria che si domanda cosa rende vera una proposizione, come fanno le teorie classiche, comporta presupporre ciò che deve essere spiegato. Per questo Frege dichiarò impossibile una caratterizzazione generale, non banale, della condizione per cui una proposizione è vera. Questo non significa dire che le condizioni di verità di enunciati di una lingua particolare non possano essere analizzate in maniera induttiva, pezzo per pezzo, mediante una teoria semantica. Ed è proprio in questa forma che deve essere strutturata una teoria del riferimento per Frege, base per una teoria del significato.

Tarski aveva provato a creare una teora del significato attraverso il predicato di verità applicato agli enunciati di una lingua: questa strategia presuppone, tuttavia, già la conoscenza del significato della parola vero. La nozione di signifiato e quella di verità, per Frege, devono essere spiegati, invece, insieme. La nozione di verità possiede un doppio uso:

·         da una parte, le condizioni di verità di un enunciato determinano il pensiaro espresso da esso;

·         dall’altro, governano l’uso appropriato di un enunciato nello scambio comunicativo tra i parlanti, secondo principi lasciati impliciti da entrambi[6].

Per Frege, i pensieri, contenuti degli atti di pensiero, non fanno parte del flusso della coscienza, come le sensazioni, le immagini mentali… Comprendere un pensiero è un atto mentale, attraverso cui la mente afferra qualcosa esterno ad essa: questo intende i pensieri come oggettivi. Secondo la nostra impostazione[7], potremmo dire che, in quanto frutto di inferenze, i pensieri seguono le regole logiche presenti in ogni legge della natura e quindi sono indipendenti dalle rappresentazioni che un singolo oggetto crea in se stesso.

Inoltre, “se vi sono oggetti privati, devono esservi pensieri privati intorno ad essi, e se vi sono pensieri privati, allora potrebbe esservi un linguaggio in cui sarebbero esprimibili”[8]. Altrove[9] lo abbiamo definito linguaggio endofasico, la cui caratteristica è proprio quella di essere interno ad un sistema, non esprimibile al di fuori. I pensieri quindi diventano accessibili nella capacità di comprendere una lingua e sono oggettivi e indipendenti dai processi mentali interni, in quanto lo richiede la pratica comune di parlare una lingua, retta dalla società attraverso l’uso corretto e sei criteri di verità degli asserti.

Frege intende il riferimento attraverso il seguente principio: “il riferimento di un’espressione è ciò che essa ha in comune con tutte le altre espressioni per cui c’è la garanzia che la sostituzione di una di queste al posto dell’espressione data non altera il valore di verità degli enunciati in cui essa può ricorrere”[10]. Il senso di un’espressione è il modo in cui il riferimento è dato. Il senso determina il riferimento, in due accezioni:

·         in un’accezione debole: due espressioni non possono avere lo stesso Sinn ma possono avere diverse Bedeutung;

·         in un’accezione forte: siccome le cose stanno nel mondo in maniera indipendente dal linguaggio, è il possesso del Sinn di un’espressione a dare ad essa la Bedeutungen.

Come abbiamo visto precedentemente con l’ipotesi Sapir-Whorf, anche per Frege si può afferrare il senso di un nome solo se si comprende ad usare un’espressione come un nome: “esso si riferisce all’oggetto specifico cui si riferisce in virtù del fatto che il suo senso racchiude un particolare modo di contrassegnare quell’oggetto”[11]. Per Frege, tuttavia, se un’espressione non ha un riferimento, si può comunque comprenderne il senso, senza ingannarci; ma nessun giudizio di cui quel senso fa parte può essere vero. I sensi sono trasparenti, si comprende cioè se due espressioni hanno lo stesso senso.

Un bambino acquisisce i colori e afferra i relativi vocaboli esclusivamente attraverso la capacità di riconoscimento che ha acquisito. Abbiamo detto che i sensi sono oggettivi. In che modo lo sono?

·         Una proprietà è obiettiva debolemente se il suo possesso da parte di un oggetto è indipendente dalle sensazioni e reazioni di un individuo particolare (questo tipo di senso può anche essere definito “intersoggettivo”).

·         Una proprietà è fortemente obiettiva se è indipendente da qualsiasi voglia di reazione e sensazione umana.

Secondo Dummett, vedere un oggetto come un oggetto di questa o quella forma dipende dalle aspettative generate dalla percezione. La nozione di senso può aiutarci in questo? Per il filosofo britannico, le aspettative sono generate da proto-pensieri, i quali sono posseduti anche dagli animali. Il proto-pensiero si distingue dal pensiero in quanto il primo “è inseparabile dalle attività e dalle circostanze presenti”[12]. I proto-pensieri, invece, sono ancorati ad attività presenti: questo per Dummett perché il loro veicolo sono le immagini spaziali (noi ipotizziamo che forse, più in generale, input sensoriali) che si sovrappongono alle percezioni spaziali. Sono attività prelinguistiche ancorate ad attività presenti. I proto-pensieri ci permettono di concepire lo spazio in maniera tridimensionale e prevedere il movimento  degli oggetti, oltre a individuareil materiale di cui sono fatti gli oggetti: informazione utile per comprendere il movimento. Ci sembra tuttavia difficile coniugare l’idea di Dummett di ancoraggio al presente e coscienza del movimento: quest’ultimo richiede le nozioni di causalità  e temporalità. E ciò, in base ai paradossi di Zenone, non sembra possibile[13]. Gli animali non hanno concetti in senso stretto e non li hanno perché non possono eseguire su di essi operazioni come chi possiede il linguaggio. I proto-pensieri comportano il riconoscimento di tipi di oggetti attraverso le caratteristiche esperienziali e risposte specifiche di nostri comportamenti.

Per Frege, l’enunciato ha il primato sulla spiegazione del significato: “la spiegazione del significato di una parola è necessaria al fine di determinare il contributo che reca il significato degli enunciati che la contengono”[14]. Nello stesso modo, i pensieri completi hanno un primato rispetto ai loro sensi costituenti; o nell’adozione della versione debole della tesi di indipendenza, secondo cui un senso è afferrato solo come parte comune, potenziale, di vari pensieri completi. Il pensiero completo per Frege è ciò a cui si può dire essere vero o falso.

Se pensare è uguale ad usare il linguaggio (cioè è un’attivita che è spiegata attraverso di esso) non c’è più bisogno del platonismo: il linguaggio è un fenomeno sociale, non un possesso privato, e  il suo uso è osservabile pubblicamente. Anche il pensiero è dunque pubblicamente osservabile e diventa “oggettivo”, se segue la struttura logica del mondo. Lo psicologismo, invece, rende i pensieri soggettivi e non comunicabili; ma i pensieri per Frege non sono contenuti di coscienza soggettiva.

L’uso della parola ci permette di comprendere anche parti prelinguistiche del concetto, in quanto ci permette di avere una comprensione piena di esso. Rendere esplicito la comprensione del concetto vuol dire descrivere l’uso della parola. Per Dummett, non possiamo apprendere nessun pensiero senza apprenderne la sua complessità. La comprensione di un senso di una parola, che esprime un concetto, è un insieme di abilità che formano una specie di cui il possesso del concetto è subordinato. La capacità di applicare un concetto costituisce il possesso di quel concetto.

Questa è la base per la comprensione del pensiero.

La coscienza di un soggetto è mediata dal pensiero. Un oggetto è pensabile solo se è dato in un modo particolare e per ogni modo in cui pensiamo ad un oggetto, deve essere comunicante ad un altro parlante il modo in cui pensiamo ad esso. Questo vale sia per gli oggetti astratti sia per quelli concreti. Per Dummett anche le rappresentazioni devono essere comunicabili. Ma mentre è possibile fare esperienza di un pensiero di un altro attraverso la comunicazione; non è possibile per quanto riguardano le rappresentazioni che abbiamo di un oggetto. Dire che le rappresentazioni sono comunicabili è dire che i pensieri intorno ad essi lo sono.

Possiamo concludere che la pratica linguistica si basa su un bilanciamento tra realtà sociali e realtà individuali. Ciò che i parlanti di una lingua dicono passa a quello che un individuo crede, sente o desidera: è un processo che parte dai fatti sociali verso quelli indivuali. Mentre il significato di quello che dice un parlante dipende dall’uso corretto della lingua comune; il contenuto della credenza espressa dipende dalla personale significato delle parole.



[1] Pag. 14, Dummett M., (1990), ALLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA ANALITICA, Il Mulino, Bologna.

[2] Pag. 16, ibidem.

[3] Pag. 19, ibidem.

[4] Pag. 22, Sapir E., (1957), LANGUAGE. An introduction to the study of speech, Harvest Books, New York.

[5] Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale Linguistica Applicata – A.A. 2011-2012: Semantica e pragmatica in prospettiva interculturale: http://www.formazione.unimib.it/DATA/Insegnamenti/8_1754/materiale/linguistica_applicata_11-12_lucidi_1.pdf.

[6] Vedi S. Pistoia Reda (2014), SEMANTICA E PRAGMATICA LINGUISTICA, Carocci editore, Roma.

[7] Ceci E. (2014), Quattro dimensioni logiche. Si può leggere in https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZWx2aW9jZWNpLm5ldHx3d3ctZWx2aW9jZWNpLW5ldHxneDo3ZDE3YjJmMWFlNjg5MmZj O scaricare dal sito http://www.elvioceci.net/home/scaricabili

[8] Pag. 33, Dummett M., ALLE ORIGINIop. cit.

[9] Ceci E. (2014), Dimensione logica endofasica: un inizio. Si può leggere in https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=sites&srcid=ZWx2aW9jZWNpLm5ldHx3d3ctZWx2aW9jZWNpLW5ldHxneDo2ODAyNWU2MjhjZWY4MWRh. O scaricare a http://www.elvioceci.net/home/scaricabili

[10] Pag. 44, Dummett M., ALLE ORIGINIop. cit.

[11] Pag. 46, ibidem.

[12] Pag. 96, ibidem.

[13] Per un approfondimento vedere Yanofsky N. S. (2014), THE OUTER LIMITS OF REASON, MIT Press, Cambridge, London, England.

[14] Pag. 103, Dummett M., ALLE ORIGINIop. cit.

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