La Detenzione Come Forma di Lavoro Coattivo

La Detenzione Come Forma di Lavoro Coattivo

Carcere e lavoro rappresentano un binomio controverso che ha seguito, e segue l’evoluzione delle diverse concezioni legate alla dimensione afflittiva o riabilitativa della detenzione. Con il passaggio da una logica afflittiva-punitiva della pena ad una dimensione risocializzante del carcere, il lavoro penitenziario acquisisce un ruolo sempre più strategico all’interno del percorso di reintegrazione a pieno titolo nella società dei liberi.

È soltanto a partire dai primi anni ’70, infatti, che la dottrina giuslavorista si è avvicinata alla materia del lavoro penitenziario e al connesso riconoscimento dei diritti civili nascenti in capo a coloro che svolgono un’attività lavorativa in stato di detenzione, questioni fino ad allora relegate ad una visione esclusivamente penale e penitenziaria, tesa soltanto alla salvaguardia dell’istanza punitiva e alla tutela della collettività nei confronti del reo.

Ai fini di una corretta ed esaustiva analisi del trattamento lavorativo verrà esposto, seppur brevemente, il quadro storico che ha portato all’accezione moderna di tale istituto.

Il disgregarsi del sistema feudale, il mutamento dei metodi di coltivazione e la recinzione delle terre comuni, contribuirono alla grande cacciata dei contadini dalle terre che si verificò in Inghilterra nei secoli XV e XVI. La risposta politica delle autorità inglesi consistette, in un primo momento, in una violenta repressione, che però si rilevò inefficace; seguì poi, in un secondo momento, su richiesta di alcuni esponenti del clero inglese, un progetto, per così dire, sperimentale: siamo nel 1557 quando il Re concesse di utilizzare il Palazzo di Bridewell per internare vagabondi, mendicanti, oziosi, nonché autori di piccoli reati, allo scopo di riformarli attraverso la disciplina e il lavoro obbligatorio.

L’esperimento ebbe successo ed in poco tempo sorsero “houses of correction”, chiamate indifferentemente bridewells, nelle più importanti città inglesi1.

Se fu l’Inghilterra, da un punto di vista cronologico, ad aprire il commino verso l’affermazione delle case lavoro, è tuttavia nell’Olanda della prima metà del XVII sec. che la nuova istituzione raggiunse il suo apice con la creazione della “rasp – huis” ad Amsterdam2. Rispetto al precursore inglese, in questo caso il diffondersi della casa lavoro non fu tanto legata a motivazioni di ordine politico o sociale quanto a giustificazioni di carattere economico. Alla fine del sedicesimo secolo l’Olanda possedeva il sistema capitalistico più sviluppato d’Europa, ma non disponeva di quella forza lavoro che era, invece, divenuta fiorente in Inghilterra; così l’impetuoso sviluppo dei traffici e il conseguente incremento della domanda di lavoro comportò il pericolo, per il capitale olandese, di trovarsi di fronte ad un alto costo del lavoro e ad un proletariato che fosse in grado di contrattare la vendita della propria forza-lavoro. Tale situazione spinse, pertanto, la classe dirigente olandese ad assorbire all’interno dell’attività economica tutte le riserve di forza lavoro possibili e disponibili.

Lo scopo della casa di correzione diventò quindi quello di assicurarsi il proprio finanziamento attraverso il lavoro degli internati e al contempo rendere socialmente utile quella parte di popolazione inefficace.

Con le grandi trasformazioni avvenute nella seconda metà del XVIII secolo (la rivoluzione industriale, l’introduzione delle macchine, il passaggio dal sistema manifatturiero al sistema di fabbrica e il notevole incremento di capitale nelle campagne) non fu più necessario ricorrere al lavoro coatto di criminali e vagabondi; le case di correzioni richiedevano spese troppo elevate e il lavoro libero produceva di più e a costi più bassi3.

Cadde così la casa di correzione, e con essa cadde anche la possibile influenza correttiva del lavoro in essa praticato4.

L’Europa si trova così ad affrontare una situazione caratterizzata da un aumento generalizzato della criminalità, alla quale però corrisponde una diminuita tensione nel sistema penale; cresce quindi la necessità di ottenere una giustizia più regolare, efficace e costante meglio dettagliata nei suoi effetti, cioè si vuole far si che il potere di giudicare non dipendesse più dai molteplici privilegi discontinui e contraddittori, talvolta, della sovranità, ma dagli effetti distribuiti con continuità del potere pubblico5. Fu un periodo chiave per l’evoluzione della penalità, caratterizzato da forti spinte ideologico – umanitarie, concretizzatesi nell’opera dei pensatori Illuministi.

Furono proprio, dapprima gli illuministi, e poi i riformatori dell’ottocento, a trasformare queste nuove istituzioni segreganti, houses of correction e rasp – huis, nella forma attuale del carcere.

1 MELOSSI-PAVARINI, Carcere e Fabbrica, Bologna 1977, p. 35.

2 La casa lavoro olandese fu comunemente conosciuta col nome di rasp huis in quanto la fondamentale attività lavorativa che si praticava consisteva nel grattugiare con una sega a più lame un particolare tipo di legno, durissimo, fino ad ottenere una polvere da cui i tintori avrebbero poi estratto il pigmento per la tintura dei filati. Il lavoro era particolarmente adatto per gli oziosi e i pigri, i quali, spesso, lavoravano sino a rompersi letteralmente la schiena. In argomento si rimanda a MELOSSI-PAVARINI, op. cit., pp. 40 – 43.

3 MELOSSI-PAVARINI, op. cit., p. 61.

4 RUSCHE-KIRCHHEIMER, Pena e Struttura Sociale, Bologna 1978, p. 167.

5 FOUCAULT, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, Torino 1976, p. 89.

No Comments

Post a Reply