La condanna all’ergastolo di Salvatore Parolisi

Salvatore Parolisi

La condanna all’ergastolo di Salvatore Parolisi

 di Flaminia Bolzan Mariotti Posocco

Non è certo un gentiluomo Salvatore Parolisi; l’aria strafottente di chi sembra prendere tutto con sufficienza, la cronica incapacità di dire il vero riguardo la storia infinita delle sue passioni extraconiugali, forse per timore o forse in virtù di altre oscure motivazioni.

Il ritratto mediatico di quest’uomo non ha sicuramente giovato alla sua posizione di unico imputato nel procedimento che lo vedeva coinvolto per l’omicidio della moglie Melania Rea, così ieri, come un fulmine in un cielo non troppo sereno, è arrivata per lui una sentenza di condanna pesantissima: ergastolo con le aggravanti richieste dal PM di vincolo parentale, minorata difesa e crudeltà.

Quali siano state le motivazioni di tale sentenza lo sapremo solo tra novanta giorni; per ora, dobbiamo rimetterci alla decisione della Corte.

Tuttavia, volendo fornire un’ interpretazione del caso, non possiamo omettere di sottolineare alcuni elementi che, nell’analisi criminologica, restano piuttosto controversi e meritano ulteriori approfondimenti.

Il primo punto da considerare è la dinamica omicidiaria; questa richiama fortemente una tipologia delittuosa in cui l’aggressività espressa è dettata dalla rabbia, il numero di ferite è particolarmente elevato (sono 35 le lesioni da punta e taglio che il medico legale ha rinvenuto sul corpo di Melania, 29 profonde e 6 superficiali; tutte interessavano la parte superiore del corpo) e possiamo, quindi, affermare che si è verificato quello che in gergo è definibile come “overkilling”, cioè quella modalità di azione che va al di là della necessità immediata di uccidere la vittima.

L’overkilling, come è espresso nella letteratura, si riscontra quando l’autore del reato è in preda ad una furia incontrollata e ha scarsa consapevolezza di sé e del contesto in cui si trova.

Il medico legale descrive quest’omicidio come un atto “d’impeto”, tuttavia, mi riservo di esprimere qualche dubbio in merito alla colpevolezza di Parolisi se relazionata a  quest’affermazione per due motivi principali.

Il primo attiene proprio l’arma del delitto: volendo infatti credere alla ricostruzione che vede Salvatore e Melania nel bosco delle Casermette, mi sembra difficile immaginare quest’uomo che nell’ipotetico precipitare di una discussione estrae un coltello e uccide la moglie (soprattutto considerando l’aggressione alle spalle e il primo tentativo di scannamento fallito); in casi analoghi, ovvero di delitti che si consumano in circostanze similari, il mezzo lesivo utilizzato, e quindi sia le ferite riscontrabili sia le modalità con cui si compie l’omicidio stesso, rimandano piuttosto all’utilizzazione di armi “di opportunità” (reperite sulla scena criminis) come corpi contundenti, oppure ad asfissie meccaniche violente (prodotte per strozzamento).

Viceversa, volendo considerare l’atto come “premeditato”,  si potrebbe allora giustificare il possesso da parte dell’assassino di un’arma da taglio e punta in grado di produrre le lesioni che sono state riscontrate in fase autoptica.

La seconda motivazione che mi porta a discostarmi dalla tesi che vede Parolisi uccidere la moglie nelle circostanze ormai note, fa riferimento proprio ad un riscontro scientifico che è stato uno dei punti centrali che hanno portato alla condanna del caporal maggiore, ovvero il presunto “bacio della morte”; anche questo elemento si discosta grandemente dall’ipotesi formulata di omicidio d’impeto.

A rigor di logica, infatti, rimane difficile immaginare un bacio tra i due solo “cinque minuti” prima del’esecuzione di Melania, tenendo oltretutto conto che questo è un dato non completamente verificabile in quanto, nella letteratura a riguardo, sono evidenziate tesi differenti in merito alla permanenza di DNA estraneo nella cavità orale della vittima.

Ora, senza voler utilizzare tecnicismi che poco gioverebbero ad una comprensione completa del fatto, vorrei procedere nella spiegazione di quanto asserito fin qui.

Sono presenti forti contraddizioni in merito alla dinamica dell’omicidio: se infatti si trattasse davvero di un gesto d’impeto, Salvatore dovrebbe aver avuto un movente dettato da una rabbia improvvisa nei confronti di Melania; ma da cosa sarebbe dovuta scaturire tale rabbia?

Difficilmente le recriminazioni della donna riguardo le amanti (possibili in quel contesto, ma scarsamente probabili) potevano costituire un imput per l’esternazione dell’aggressività dell’uomo che, per le sue caratteristiche di personalità, appare piuttosto freddo e comunque in un certo senso anche “calcolatore”; inoltre è ampiamente documentato che Melania era già da tempo (gennaio 2010) a conoscenza della relazione extraconiugale del marito, ma, nonostante ciò, nel pomeriggio di quella giornata di aprile era programmato che partecipasse insieme a lui ad una festicciola a casa di amici, elemento dal quale si potrebbe supporre un quantomeno superficiale accordo tra i due.

Conseguentemente non sono presenti elementi logici a sostegno di questa tesi che, nella mia interpretazione, decade in base all’applicazione di alcuni principi dell’analisi criminale.

L’ipotesi che vede nelle relazioni extraconiugali di Salvatore il movente per un uxoricidio è decisamente debole e, in considerazione del fatto che al giorno d’oggi molti uomini hanno un’amante (in alcuni casi anche più di una), dovremmo, su base inferenziale, giungere alla conclusione, quasi sillogistica, secondo cui: Parolisi aveva un’amante – Salvatore Parolisi ha ucciso Melania – Chi ha un amante uccide il partner.

Tutto questo appare piuttosto improbabile; tuttavia, sono presenti molti altri elementi che a mio avviso non possono essere ritenuti validi per l’attribuzione di questo delitto a Salvatore.

In primis le bugie ricorrenti: parimenti a quanto appena sostenuto per le relazioni extraconiugali, possiamo infatti osservare nelle menzogne di Parolisi un tratto caratteriale comune a molti e, se nel suo caso tali bugie hanno condotto ad una sentenza di colpevolezza, sia in senso giuridico sia sul piano morale, allo stesso modo andrebbero “colpevolizzati” tanti altri “mentitori seriali” almeno per quanto attiene al sentimento comune.

La questione è controversa e anche le indagini scientifiche non sono state in grado di rispondere in maniera chiara al quesito principale, ovvero chi fosse l’assassino di Melania e soprattutto quali potessero essere le motivazioni per le quali questo omicidio è stato compiuto.

Sulla scena del crimine e sul cadavere sono state repertate tracce biologiche di DNA femminile ma non è stato chiarito a chi appartenesse questo DNA; mi chiedo, perciò, come mai non sia stata considerata questa pista, ma possiamo andare oltre nel nostro percorso di interrogativi arrivando anche al vilipendio del cadavere.

Le lesioni post mortem che sono state inferte alla vittima, unitamente al ritrovamento della siringa e del laccio emostatico sul corpo della donna, sono state interpretate dagli inquirenti come un comportamento di staging, ovvero come un’alterazione volontaria della scena del crimine allo scopo di sviare i sospetti; questa è una modalità di azione tipica di un assassino organizzato (così come viene descritto nella letteratura scientifica sul criminal profiling).

Tale tipologia di assassini, però, sotterra il cadavere oppure lo sposta dal luogo in cui viene ucciso e tale circostanza non si è verificata nel caso dell’assassinio consumato nel bosco delle Casermette; il cadavere di Melania è stato, infatti, lasciato esattamente nel sito in cui la donna è stata uccisa.

I punti su cui riflettere e indagare ulteriormente sono ancora tanti e giova ricordare che la prima sentenza di colpevolezza, così come tutto l’impianto accusatorio, ha posto le sue basi solo su indizi: manca la prova provata, pertanto, appare utile ribadire quello che costituisce un principio fondamentale del diritto penale, ovvero la presunzione d'innocenza; un imputato è infatti da considerare non colpevole sino a condanna definitiva, cioè sino all'esito del terzo grado di giudizio emesso dalla Corte Suprema di Cassazione.

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