INNATISMO E EVOLUZIONE

INNATISMO E EVOLUZIONE

Come ben descritto in diversi articoli di LE SCIENZE di questo mese, l’evoluzione umana non è avvenuta in maniera lineare, ovvero un susseguirsi in linea diretta tra le specie, come per esempio nonno-padre-figlio; ma piuttosto come un cespuglio, attraverso una geneazione “a cespuglio”, in cui numerosi sono stati i parenti non diretti, come gli zii o cugini[1].

Uno dei motivi principali sono stati sicuramente i cambiamenti climatici che, sconvolgendo l’ambiente, modificarono l’evoluzione delle specie che le subiscono. La trasformazione delle foreste in praterie, per esempio, è avvenuta attraverso una rapida successione di cicli di umido e secco, portando climi più aridi. Ed è esattamente durante l’esplosione delle praterie, a partire dai 2 milioni di anni fa, che il mondo iniziò a popolarsi dall’ Homo erectus, uno dei primi Homo, insieme alle prime tecnologie. Queste ultime sono apparse già durante un cambiamento climatico globale circa 2.6 milioni di anni fa[2].

[1] B. Wood, “Benvenuti in Famiglia”, in LE SCIENZE, Novembre 2014, n. 555, Roma, pp.44-49.

[2] P. B. deMenocal, “Shock Climatici”, in LE SCIENZE, Novembre 2014, n. 555, Roma, pp. 50-55.

[3] I. Tattersall, “Datemi un Martello”, in LE SCIENZE, Novembre 2014, n. 555, Roma, pp. 56-61.

[4] G. Styx, “Il Fattore X”, in LE SCIENZE, Novembre 2014, n. 555, Roma, pp. 82-89.

[5] D. Falk, LINGUA MADRE, Bollati e Boringhieri, 2011.

[6] S. Turkle, “Il Primate in Rete”, in in LE SCIENZE, Novembre 2014, n. 555, Roma, pp.100-103.

[7] G. Valloritigara e N. Panciera, CERVELLI CHE CONTANO, Adelphi, Milano, 2014.

[8] G. Valloritigara e N. Panciera, “Neuroni numerici”, Sole24Ore, Domenica 16 Novembre 2014, p. 315.

La cultura materiale degli utensili, infatti, era nata già mezzo milione prima della comparsa dell’ Homo: piccole schegge taglienti ricavate per percursione da nuclei di pietra erano utili nella macellazione dei mammiferi erbivori. L’ Homo ha accresciuto il cervello con una velocità sorprentente, come si può vedere con la conformazione dell’ Homo neanderthaensis in Europa, dell’ Homo erectus in Asia e dell’ Homo Sapiens in Africa. I primi oggetti simbolici finora trovati risalgono a 77.000 anni fa, dopo la comparsa dell’ Homo Sapiens. Gli psicologi la chiamano Coevoluzione: geni e cultura si sono influenzate vicendevolmente, aiutando l’ Homo nella selezione naturale, fino ad inventare l’attività simbolica massima, il linguaggio[3]. Personalmente crediamo che sia stato aiutato dalla trasmessione fenotipica, ovvero dall’epigenetica.

Perché questa evoluzione è stata prerogativa degli uomini? Secondo Tomasello, gli animali non si imitano come lo fanno gli uomini: un animale può emulare un altro, ma non riescono a migliorare ciò che è stato fatto dal predecessore. Le società umane, invece, posseggono quello che viene chiamato dallo studioso “effetto ruota di trasmissione”: modificano i loro strumenti per renderli migliori e trasmettere conoscenza agli altri membri del gruppo. I milgioramenti, in questo modo, si accumulano. Si è visto, infatti, da parte dell’ Homo, un adattamento evolutivo verso l’ ipersocialità: più la struttura sociale è complessa, più si hanno esemplari con il cervello più grande; e viceversa! Tomasello afferma, inoltre, che gli uomini possegono una cosa chiamata intenzionalità condivisa: intorno ai 9 mesi d’età, bambini  e genitori si impegnano in un’analisi attraverso delle immagini mentali (pollo, cibo, gioco) reciproche; in modo da focalizzare l’attenzione sullo stesso oggetto. La comunicazione a tutto il gruppo di una scoperta effettuata è, forse, la causa  della nascita di un tipo di linguaggio. Tra le prime forme di comunicazione potrebbe esserci stata quella gestuale, in cui alcuni segni potrebbero essere stati lasciati nelle formule deittiche del linguaggio. Secondo Tomasello, ripetere il gesto di martellare, per esempio, indica l’idea dell’azione: questo gli scimpanzè sono capaci ad eseguirlo. Potremmo pensarla come un’estensione dell’intenzionalità condivisa. Successivamente i gesti furono soppiantati da suoni gutturali[4]. Personalmente, concordiamo con Dean Falk, quando asserisce che il linguaggio è nato con la conquista della posizione eretta: essa non ha più permesso di trasportare i figli sul corpo, riducendo così il sistema pilifero e obbligando a un contatto non più fisico ma verbale con la prole durante gli spostamenti[5].

Con le nuove tecnologie, il contato comunicativo permette di riempire i momenti vuoti, in modo tale da renderci assorti sullo smartphone e ignorare o essere insensibili verso i componenti stretti del gruppo.[6]

In un libro in uscita[7], gli autori analizzano un’attività presente in molte specie animali: l’attività di contare le “enne-ità”. Vallortigara e Panciera lo analizzano a livello di stimoli neuronali. Alcuni neuroni, infatti, sembrano rispondere a stimoli dati dalla cardinalità del numero, in maniera indipendente dai fattori spaziali, temporali o sensoriali. Questa correlazione è studiata attraverso l’attività di scarica dei potenziali d’azione del neurone: la frequenza della scarica dei potenziali d’azione rappresenta le numerosità. I segnali nervosi, secondo gli autori, si accumulano nel cervello e questo permette di stimare la grandezza delle numerosità. Alcuni neuroni accumulano, dunque, l’informazione sensoriale in maniera graduale e che inviano segnali, una volta superato un certo livello di soglia. Solo in questo modo possono rispondere in maniera selettiva alle numerosità di un insieme. Questo tipo di neuroni sono stati localizzati nella porzione Lip, area intraparietale laterale della corteccia parietale: questi neuroni, infatti, hanno un carattere monotonico della frequenza di scarica con l’aumentare dei numeri che entrano nel campo recettivo. Il campo recettivo del neurone è naturalmente la retina che riproduce uno stimolo[8]. Gli autori descrivono poi come lo stimolo diventa coscienza del numero attraverso un processo cui non sono disposti ad accettare di apprendimento; ma la definiscono innata. Questo termine non lo accettiamo come scientifico e noi lo vorremmo ridefinire come “epigeneticamente trasmesso”.

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