Gli Omicidi Italiani

Gli Omicidi Italiani

La domanda è questa: “E’ mai possibile che in un paese che si definisce democratico (certo da tempo si sa che la democrazia in Italia è diventata una forma senza sostanza) si possa essere condannati a scontare una pena sulla base di indizi e non di prove certe?”

Non solo.

“E’ possibile che in un Paese democratico esista l’arresto preventivo?”

In teoria, nel nostro ordinamento dovrebbe esistere la presunzione di innocenza: una persona è ritenuta innocente fino a che non ne venga dimostrata la colpevolezza. Dimostrata, appunto, non inferita.

La drammatica vicenda di Salvatore Parolisi, condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie Melania Rea, segue la scia degli altri grandi delitti italiani. Grandi dal punto di vista mediatico ovviamente.

La Franzoni, Amanda Knox, Michele e Sabrina Misseri, Salvatore Parolisi sono stati tutti condannati in via più o meno definitiva (in base al grado di giudizio o alla fase delle indagini) alla reclusione, senza che ci fossero prove certe e, cosa ancora più grave, avendo scontato già diversi anni di galera al momento della sentenza.

Come è possibile continuare a permettere questa barbarie?

Pensare che parlare di Diritti Umani significhi solamente riferirsi ai bambini africani o alla manodopera asiatica sfruttata è alquanto riduttivo e, certo, serve a spostare il problema, non a risolverlo.

Un sistema giudiziario come il nostro, che manda in galera chi è in attesa di giudizio per paura di inquinamento delle prove e che con indulti, amnistie, indennità ecc, invece, rilascia chi è già condannato, palesa una schizofrenia tale da ribaltare totalmente (ed a ragione) la percezione di sicurezza dei cittadini. A poco serve allora inviare l’esercito sulle strade.

Solo ad avere paura.

Ma forse è fatto prorpio per questo.

Tornando a Parolisi e agli altri delitti italiani, sembra evidente come l’analisi scientifica criminale sia poco o nulla considerata durante le indagini. Mi risulta difficile pensare che una persona che ne uccida un’altra con 35 coltellate non lasci tracce sulla scena del crimine, tranne la saliva sulle labbra della vittima. Concordo pienamente con Flaminia Bolzan Mariotti Posocco (vedi LUCI ED OMBRE DI UNA SENTENZA ANNUNCIATA) sull’inicongruenza tra l’idea dell’omicidio d’impeto da parte del medico legale (le numerose coltellate) e l’organizzazione effettiva del delitto (portarsi l’arma e ripulire la scena del crimine) e sugli altri punti descritti dall’autrice; prorpio per questo risulta ancora più drammaticamente evidente l’urgenza di rivedere il modo di effettuare le indagini, dai primissimi sopralluoghi alle ipotesi criminogenetiche.

Il rigore metodologico tanto caro agli scienziati, sembra talmente vacillante da portare, durante le indagini, a perizie tecniche completamente opposte e contrarie tra loro. Per non parlare del criminal profiling, che getta gli specialisti della mente nel buio e nell’incertezza più totali.

Come è possibile che secoli di scienza uniti alle moderne tecnologie ci trovino ancora in questo stato? Possibile che non ci sia la possibilità di porre rimedio a questa situazione?

Le metodologie di analisi esistono ma non vengono utilizzate dalle istituzioni che, invece, si affidano a metodi antichi ed obsoleti.

Se poi si vuole condannare un uomo che mente spudoratamente tacendo le sue avventure galanti, dovremmo forse pensare che tutti i mariti fedifraghi uccideranno la propria moglie?

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