Verso una Lingua Europea

Verso una Lingua Europea

È uscito alle stampe, recentemente, il nuovo libro di Tullio De Mauro, STORIA LINGUISTICA DELL’ITALIA REPUBBLICANA, che riprende suoi studi sull’Italiano fermatosi nel secondo dopoguerra. Contrariamente a come credeva Pier Paolo Pasolini, i dialetti non morti, è semplicemente cambiato l’uso che gli italiani ne fanno. Analizziamo un po’ di dati. Nel 2006, l’italiano è parlato dalla maggioranza relativa della popolazione; anche se il 49.5% continua a far uso del dialetto in modo alternativo alla lingua comune[1]. L’uso dell’italiano, infatti, permette di essere più cosciente dell’uso dialettale dell’esprimersi. Come dicevo, non c’è stata quell’ “omologazione che Pier Paolo Pasolini paventava nel 1964”[2]. Il dialetto è ancora usato nella vita familiare e con gli estranei si preferisce l’italiano: il dialetto è la lingua del cuore, personale e privata; mentre l’italiano è la lingua dell’ufficialità, della scuola e delle relazioni formali.

Quando ci si rivolge in un intervento educativo ai bambini, si usa generalmente l’italiano; mentre con gli anziani si usa il dialetto. Tra gli adulti l’ago della bilancia è la presunta competenza dell’interlocutore che abbiamo davanti. Naturalmente si utilizza l’italiano quando si parla di cose che escono fuori dalla semantica del dialetto. Durante una conversazione possiamo essere davanti, quindi, in maniera coerente, sia ad un code swichting (alternantra tra due codici linguistici) che ad un code mixing (mescolanza di sue codici linguistici) del dialetto con l’italiano. I dialetti hanno una tendenza a italianizzarsi anche a causa del nuovo stile di vita, che va verso una meccanizzazione e industrializzazione. Anche il cambiamento dei realia, ovvero degli oggetti domestici e di lavoro, delle persone ha incentivato questa tendenza.

Nelle “città capitali” si è venuto a formare una variante di itailano che ha portato la lingua comune a piegarsi verso il dialetto. Realtà intermedie tra i dialetti e la lingua comune ci sono le varietà regionale della lingua italiana, o italiano regionale.  Nel 1959, secondo Giovan Battista Pellegrini esistono quattro varietà maggiori: settentrionale, toscana, romana e meridionale. Sono forme di italiano, creatosi nelle città capitali del paese. Dentro queste città capitali, l’effetto diatopico della lingua regionale già nel Novecento appariva irrilevante rispetto alla variazione diastratica (come accade per l’Inglese in Inghilterra). In base al discorso variava l’italiano regionale; ma all’interno di esso esistevano forme interregionali. Esiste un continuum linguistico tra dialetto locale, italiano regionale e italiano standard. L’atteggiamento ostile verso il dialetto è cessato e nel Novecento è aumentata la produzione la poesia e teatro dialettale. Si riferisce a questo tipo di arte come neodialettale,  termine introdotto da Franco Brevini e Pier Paolo Pasolini, che designa il dialetto come scelta cosciente dei parlanti, politici e artisti [3].

Il cinema e la TV non influenzano la parlata perché usano una varietà di italiano regionale già in uso. È molto più determinante la migrazione interna che un tempo era relegato solo al servizio militare. Nello scritto vengono usate maggiormente parlate centro-meridionali (napoletane, siciliano…) ma nell’eloquio più riconosciute sono quelle del Nord: un esempio è la -s- intervocalica.

Il multilinguismo italiano è stato finora endogeno, determinato e garantito dall’uso attivo e ricettivo dei dialetti[4]. Ma come si è modificata una lingua dagli anni Cinquanta? Questi sono alcuni caratteri superati:

1.       Polimorfismo della forma fonologica di lessemi comuni: comprare/comperare, danaro/denaro, uguale/eguale

2.       Poimorfismo di strutture grammaticali e desinenze di uso comune: aborrisco/aborro, detti-dette/diedi-diede.

3.       Coesistenza tra ipertrofia sinonimica in alcuni settori semantici e penuria del lessico standard, nazionale, in riferimento alla quotidianeità.

4.       Abbondanza di sinonimi regionali (geosinonimi) e di registro stilistico (sinonimi diafasici).

Dei quattro punti precedenti, le tendenze della standardizzazione dell’italiano ha fortemente ridotto i primi tre fenomeni[5].

650 su 2000 sono i lemmi che sono usciti dall’italiano e discesi dalla fascia di alto uso a quello di uso comune. 600 lemmi sono entrati: circa 450 erano quelli ce facevano parte nel 1970 del lessico alto e colto, 40 della fascia di alta disponibilità, 130 del vocabolario comune, 7 neologismi e 14 esotismi[6].

I vocaboli nuovi rafforzano la lista degli invariabili (foto, auto). Anche se la tendenza della nostra lingua è quella di usare sempre l’accezione colta rispetto a quella che tende al popolare. Il 95% oggi usa l’italiano, 60% alternativamente italiano e dialetto.

I dialetti italiani sono stati fonologicamente conservativi rispetto al latino, sfumandone la riconoscibilità delle due fasi. L’italiano ha subito nel lessico una latinizzazine maggiore, anche per il fatto che il toscano e l’italiano permettono l’inserimento sincronico di vocaboli; senza rompere la simmetria derivazionale interne alla lingua (come nelle altre lingue neoromanze)[7]. L’italiano ha subito dunque l’influenza verso il latino in due versioni:

1) debito patrimoniale, popolare, continuo;

2) debito non  patrimoniale, dotto, discontinuo.

L’incidenza latina sul lessico italiano è del 52%, quella di origine è di 14%. Questo è dovuto a neoformazioni endogene e acquisizioni esogene: Duecente, Quattrocento, Ottocento e Novecento sono i periodi di grandi immissioni di vocaboli latini. Se si vede il vocabolario di base, i lessemi romanzi (nucleo della lingua) sono i 4.4% del vocabolario di base. Essi hanno generato numerose neoformazioni endogene.

Possiamo dunque pensare che la situazione linguistica europea odierna sia molto simili alla situazione linguistica italiana fino al secondo dopoguerra: allora il 10% degli italiani parlava esclusivamente l’italiano; oggi il 14% degli europei parla Inglese[8]. Nelle città capitali si stanno formando varietà nazionali di inglese; mentre la maggior parte degli Europei parla esclusivamente la lingua nazionale di appartenenza[9].

Come indirizzare le politiche linguistiche affinché una lingua diventi lingua comune europea?

Un lingua è una struttura complessa. Rifacendosi alla teoria di Thorm, definiamo strutta conservativa una caratteristica di un fenomeno che permette di gestire l’entropia e di controllare la sua energia. Possiamo dire che un fenomeno può dirsi caotico quando non possiede alcuna struttura conservativa. Quando ne acquisisce qualcuna (attraverso qualche funzione che gli permetti di convogliare costantemente l’energia) allora passa in uno stato che potremmo definire “complesso”. Quando supera il numero di sette strutture che conservano l’energia, l’entropia è molto minore, è il fenomeno si trova in uno stato di “semplicità”.

Definiamo una lingua viva, una lingua che abbia le seguenti strutture conservative di energia:

1.       PLASTICITA’ AL CONTESTO, che permette di focalizzare l’attenzione dei parlanti in un contesto comunicativo, riducendo l’entropia comunicativa. Per esempio, una parola può ampliare o specificare il suo significato (o significati) dalle parole comuni, in base al contesto.

2.       COMBINATORIETA’, che riduce la causalità e la ridondanza comunicativa come affetto di una elevata entropia. Un numero finito di regole (e non tutte le regole possibili), può generare un numero infinito di espressioni linguistiche.

3.       ICONICITA’, che assembla le connotazioni singolari in un unico idealtipo rappresentativo: le parole racchiudono nel loro interno tratti semantici, sono come banche (o classi di) dati del mondo, simboli della realtà.

4.       AUTOPOIESI, che naturalizza la funzione acquisitiva del linguaggio.

5.       INFERENZIALITA’, che riduce la complessità percepita dei fenomeni o regole di composizione, attraverso quattro dimensioni logiche: endofasica (che comprende l’estetica e l’emozione), formale, computazionale e quantistica. Un esempio è la formazione di concetti e idee attraverso procedimenti di induzione e astrazione.

Quando siamo davanti alla cancellazione di una struttura conservativa e il fenomeno è semplice, allora è possibile che esso si scorpori, attraverso un processo che potremmo definire differenziazione funzionale: per esempio un linguaggio quando si specifica su un determinato argomento, una lingua genera un linguaggio specialistico a parte.

Grazie a questi caratterische, possiamo comprendere perché una lingua come l’Esperanto non sia riuscito a diventare lingua viva; e come, invece, l’Ebraico sia passato da lingua morta a lingua viva nello stato di Israele. La politica, allora, dovrebbe  indirizzare le proprie politiche in modo tale da favorire le cinque strutture conservativa della lingua, se si vuole creare una lingua (e quindi una cultura) europea.



[1] Pag. 114, De Mauro T., STORIA LINGUISTICA DELL’ITALIA REPUBBLICANA, Editori Laterza,2014, Roma-Bari

[2] Pag. 116, ibidem.

[3] Pag. 12, Cohen M., V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi, C. Sinicco, L’ITALIA A PEZZI, Gwynplaine, Camerano (AN), 2014.

[4] Pag. 142, De Mauro T., ivi cit.

[5] Pag. 148 e segg, ibidem.

[6] Parole concrete entrano in disuso ( sabbia, nuvola prato, pastore…) e vocabolario con parole più astratte sono diventate di uso maggiore.

[7] Pag. 215, ibidem.

[9] Per una trattazione più dettagliata della situazione linguistica italiana nel dopoguerra romandiamo a De Mauro T. STORIA LINGUISTICA DELL’ITALIA UNITA, Laterza edizioni, Bari, 1963.

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