Emblematica Tunisia

Emblematica Tunisia

Lo sbocco dei processi di democratizzazione endogena

Quando ho avuto notizia dell’attentato di Tunisi, un minuto dopo dell’evento, dal Centro di ricerca che dirigo, sempre vigile, sempre attento e informato, un notevole e insuperabile supporto per uno che fa di mestiere il direttore scientifico del “Centro Alti Studi per la lotta contro la violenza politica e al terrorismo”; quando ho saputo che a Tunisi c’erano stati circa 20 morti per colpa di un attentato al Parlamento che discuteva la legge contro il terrorismo, finito con una carneficina in un museo, e poi l’ho visto, sempre con una certa distanza, e rivisto nei soliti talkshow della morte, da cui non capisci niente della dinamica degli eventi, perché spezzettano il fatto in infiniti micro casi, perché frantumano l’unità del processo storico con la cronaca per immagini della piazza, del pulman, di posti fino ad allora ignoti, cartoline mediatiche di orrore e di terrore che erano località e diventano drammaticamente luoghi identificati dalla violazione e dalla violenza; quando ho visto e rivisto, con un ritardo ingiustificato, in TV e in internet, servizi speciali ansiosi e soffocanti del dover fare notizia senza poter dare informazioni, che occupavano lo spazio comunicativo invadendo il tempo con l’incertezza guidata dal solito mellifluo conduttore, che racconta il dramma degli altri composto e abbronzato dall’artificio di una lampada solare, spalle piccole dentro un vestito perfettamente cadente, rigorosamente blu, faccia cupa e ruga felice di poter fare il servizio senza essere stato coinvolto, da Roma forse, contento di non essere stato travolto e, in qualche modo, chissà perché, di essere assolto da ogni responsabilità politica; quando ho visto poi accumularsi, uno affianco all’altro, contemporaneamente, trasmissioni inseguite, in rincorsa, per esercitare il potere di togliere e dare la parola ad esperti stupiti di essere considerati esperti, improvvisamente documentati per essere stati altrettanto improvvidamente chiamati, che non possono perdere l’occasione dei loro 30 minuti d’immortalità, che rappresentano una competenza mascherata da un tono sicuro e da notizie poco meno che generiche, con la scusa di essere generali, ripetute laconicamente in ogni commento che accompagna le news; quando ho visto tutto questo melmoso, mieloso, merdoso rituale, che concentra l’attenzione sui 4 morti italiani per ipnotizzare l’emotività dell’audience, che dimentica gli altri 16 stranieri e poi si lamenta del razzismo dei suoi concittadini, la sera tardi tornato finalmente a casa, ho pensato che questo scontro a Tunisi non avesse niente di nuovo in realtà, tranne i morti, che sono sempre l’unica cosa davvero nuova, ogni volta, per ogni violenza. E ho pensato che, se c’era una notizia da dare, se c’era un commento da fare, era sempre lo stesso: continua l’eccidio nel mondo alla ricerca di un processo di pacificazione credibile.

Ciononostante, come per la pornografia da cui ti liberi – se non è una malattia compulsiva – solo per indifferenza dovuta ad un eccessivo consumo, ho continuato a vedere servizi su servizi, consapevolmente annoiato ma dipendente da tutti quei format reciprocamente copiati, tutti uguali, tutti ugualmente segmentati. La notte ho avuto l’incubo soffocante e per me ricorrente del labirinto degli specchi in cui si riflette la storia e da cui non riusciamo ad uscire[1]. Il giorno dopo o giù di lì, un Kamikaze si sarebbe fatto esplodere in una moschea, qualche chilometro più in là, e avrebbe fatto una strage con 130 morti, passati decisamente in sordina perché erano islamici. Alla faccia del fondamentalismo!

Finché all’improvviso nella litania delle parole consuete, non ha stonato la dichiarazione del premier tunisino Habib Essid e più di tutti, l’intervista ad alcuni cittadini, non passanti occasionali, ma cittadini che si erano rapidamente recati sotto il parlamento e presso il museo a testimoniare con il loro volere, il valore superiore della democrazia. Solo allora mi sono ricordato che proprio dalla Tunisia sono partite le primavere arabe; che in Tunisia era in corso il primo e unico processo di democratizzazione endogena inaugurato dalla nuova politica estera di Obama, contro i processi di democratizzazione esogena imposti dalla politica estera dei Bush, padre e figlio; che in Tunisia elezioni regolari avevano attribuito il potere a un Governo islamico, che crisi regolari hanno sconfitto la maggioranza e portato al potere, con altre elezioni regolari, un governo laico che alla fine del suo mandato si sottoporrà regolarmente al giudizio degli elettori. Solo allora mi sono ricordato che, il maggior numero di militanti reclutati dall’Islamic State, proprio dalla Tunisia provengo, fondamentalisti militanti diventati militari proprio perché hanno sempre meno spazio in un processo di democratizzazione endogena che si sta gradualmente affermando nelle istituzioni politiche, negli istituti sociali, nella mente e nel cuore dei cittadini tunisini. E solo allora ho capito che questo attentato costituiva una innovazione vera, forse non una mutazione, ma un mutamento certo. Dopo l’attentato il Premier Tunisino Habib Essid ha dichiarato che la democrazia è più forte e vincerà. I militari hanno difeso le istituzioni e, seppur malamente, hanno schiacciato gli attentatori. I cittadini, non più solo popolo, gli hanno creduto ed hanno manifestato il loro consenso. I fondamentalisti che non hanno sbocco se ne vanno. I laici si sono alternati ai religiosi e, forse, in futuro torneranno ad alternarsi gli uni agli altri. La vera innovazione è questa: l’avvento di una democrazia araba.

Se gli occidentali, i forti occidentali, sosterranno questo processo estensivo di democratizzazione endogena, nonostante le possibili battute di arresto, allora la Tunisia diventerà una regione emblema di una ragione che si afferma nel mondo, di un processo di legittimazione politica nel network delle relazioni internazionali che attenuerà le esplosioni e ridurrà i conflitti. Se verrà sostenuta, la Tunisia sarà un luogo, nel mondo arabo, da cui la democrazia potrà espandersi con calma e metodo; le primavere arabe avranno avuto uno sbocco definitivo in un processo di democratizzazione endogena; e l’emblematica Tunisia sarà un faro di pacificazione nella notte nera del cruento Califfato.

Se illumino bene rivedo Durkheim con il suo positivismo logico e sociologico.

Non solo e non proprio il Durkheim che, contro la solidarietà meccanica del contratto sociale e le sue mitologie, afferma la solidarietà organica della relazioni sociali, un grado di autonomia della rete che trova un suo equilibrio rafforzando la coesione morale, una complessità, una densità di interazioni sociali, di rapporti umani da cui sgorga la democrazia. Non proprio e non solo il Durkheim moderno che, contro la delega del contratto sociale di Hobbes al Leviatano per un potere assoluto e onnicomprensivo sul corpo sociale, contro lo Stato accentratore che esercita il diritto penale esclusivamente in funzione repressiva, restituisce l’egemonia del diritto civile regolatore in una governance (diremmo oggi) della socialità connettiva e conviviale. Piuttosto il Durkheim critico di se stesso, che riconosce nel processo di legittimazione delle istituzione il germe della delegittimazione[2]. Il Durkheim che riesce a riconoscere perfino nella devianza la funzione necessaria per l’innovazione sociale; una devianza che non è deviazione, utile, direi indispensabile, alla solidarietà organica del corpo sociale, perché genera un’etica nuova, una visione futura e poi un mutamento altrimenti impossibile.

Per questo Durkheim, dunque, ci sono devianti e devianti. Ci sono devianti che producono una innovazione[3] arricchendo il valore cognitivo delle relazioni sociali, che espandono la morale pubblica e l’etica sociale, che sono salutari per rafforzare la solidarietà organica del sistema. Ci sono devianti che producono una frattura nella solidarietà organica della società, generando anomia, alienazione, tensioni e conflitti, che vanno necessariamente puniti per permettere a tutti gli altri, alla cittadinanza conviviale, di affermare la propria identità e la legittimità del potere che governa le istituzioni democratiche. Un conto è la differenziazione del corpo sociale che permette una espansione positiva della complessità. Altro conto è la divisione, la frattura, se non addirittura la frantumazione negativa che riduce e riconduce a condizione caotica la complessità sociale.

È un monito per tutti noi ora.

Le bandiere nere dell’Islamic State, ora che la democrazia, un primo nucleo di democrazia c’è nel mondo arabo, vanno combattute militarmente e sconfitte. I soldi necessari, non sono sufficienti per sostenere i processi di democratizzazione endogena. È indispensabile punire il deviante che produce fratture e frammentazione nel tessuto sociale, che genera conflitti, tensioni, alienazioni e anomie. Bisogna punire chi riduce e riconduce la complessità ad una condizione caotica per rafforzare la solidarietà organica del tessuto sociale arabo confermandone l’identità e affermando la legittimità del potere delle istituzioni democratiche.

Siamo andati a combattere quando la democrazia non c’era per esportarla e, in qualche modo, per imporla. La contraddizione era evidente e abbiamo sbagliato.

Oggi la situazione è invertita. Sbaglieremmo se non aiutassimo la democrazia che c’è, proprio perché c’è, a combattere i suoi nemici. Non dobbiamo combattere per loro. Dobbiamo combattere con loro. O, meglio ancora, dobbiamo sostenere l’autonomia della loro autodeterminazione.

La Tunisia è emblematica.

Ho fiducia che l’Occidente lo sappia.

[1] Ceci Alessandro Montereale Liliana, DISSONANZE CRIMINOLOGICHE, Ibiskos, Empoli 2014

[2]

[3] Come è il caso delle varie forme di liberazione sessuale

Alessandro Ceci

No Comments

Post a Reply