La famiglia nella postmodernità: il vuoto relazionale

vuoto relazionale

La famiglia nella postmodernità: il vuoto relazionale

“Eravamo una famiglia così unita che i vicini accorrevano per dividerci.”

W. Allen

“I figli da piccoli amano i genitori. Una volta cresciuti li giudicano. Raramente, per non dire mai, li perdonano.”

O.Wilde 

La tecnologia consente alle persone di comunicare in tempo reale con il resto del mondo, senza limitazioni. Entrando in ogni casa, fa in modo che un cellulare o una webcam forniscano sicurezza. Si da un cellulare ad un bambino, per conoscere i suoi spostamenti, e lo si lascia davanti a un pc per ore. In età preadolescenziale, poi, accade che i giovani trascorrano interi pomeriggi fuori casa, per strada, con la tranquillità di un telefono cellulare. Si compra loro la macchinetta, pur non avendo ancora l’età per la patente, confidando, i genitori, che in questo modo i figli non vadano sul motorino degli “altri”, o non sostino alla fermata dell’autobus dove potrebbero incontrare qualche malintenzionato. Questo eccesso di “comunicazione” e di supervisione nasconde, in realtà, una precisa mancanza, percepita nella maggior parte dei casi, nei rapporti familiari, una carenza nei contenuti di questi rapporti ed una scarsità degli stessi. Un vuoto relazionale.

Il vuoto è la povertà della relazione, la superficialità, la formalità.

Non esiste più il contenuto della comunicazione, ma solo la comunicazione.

Non esiste più il contenuto del messaggio, ma solo il messaggio. Mittente-messaggio-ricevente. Ma il messaggio è spesso vuoto. E’ vuoto perché privato dei contenuti educativi, dei contenuti affettivi, dei contenuti relazionali. E questa certo non è comunicazione.

   A differenza degli stili educativi adottati nelle precedenti epoche storiche, sicuramente la qualità dei rapporti familiari ha subito un notevole cambiamento: non più lo stile autoritario, despotico del padre-padrone, ma uno stile sicuramente più “democratico”, in cui il potere decisionale è affidato generalmente a tutti i membri della famiglia. Una struttura familiare orizzontale, dunque, ne ha sostituita una verticale. Apparentemente. In realtà, il genitore non ha concesso, perché illuminato, ai figli di partecipare al consesso familiare. In realtà, il genitore ha letteralmente abdicato il potere decisionale in favore della prole, poiché, memore dell’educazione autoritaria subita, scopertosi incapace a sostituire quel tipo di educazione con una più autentica.

   Il genitore diviene l’amico del figlio, il suo confidente, perdendo così, agli occhi della società e, soprattutto, agli occhi del figlio stesso, ogni velleità autorevole perché temuta autoritaria. Il potere decisionale affidato ai figli ha sostituito l’imposizione forzata delle regole, provocando uno sbandamento dei valori, un non riconoscimento delle norme morali e, quindi, l’impossibilità strutturale ad osservarli. Eppure sembra che solo se si ricopre un ruolo amicale sia possibile comunicare con i figli, soprattutto se adolescenti. In realtà, il ruolo confusivo, contaminato, porta inevitabilmente ad una confusione di orientamenti e, quindi, di norme. Se una regola o una norma vengono trasmesse da un ruolo non definito, non chiaro, verranno esse stesse percepite come non definite e non chiare.

   Una recente indagine pubblicata dal Censis, ‘Il disagio adolescenziale nel Lazio’, mostra come il 20% dei giovani tra i 14 e i 17 anni vive una situazione di disagio, che si manifesta con condotte trasgressive e atti di bullismo. Il dato significativo della ricerca è rappresentato dalla correlazione riscontrata con l’ambiente familiare: solo il 29% dei soggetti ritenuti a disagio riferisce la possibilità di parlare con i genitori delle problematiche che li riguardano, e il 15% vive una situazione familiare palesemente conflittuale. Questo elemento sottolinea implicitamente che il 71% degli adolescenti non è in grado di comunicare cogli adulti di riferimento. Il disagio percepito e i conseguenti agiti “trasgressivi” non vanno individuati, come avveniva nelle precedenti generazioni, nell’assunzione saltuaria di sostanze da parte dei ragazzi, (ad. es. spinelli o alcool), assunzione sovente interpretata dai genitori quale vero indicatore del disagio. Tutti i giovani intervistati riferiscono di ricorrere “ogni tanto” alla marijuana e all’alcool, ma vivendo questa situazione più come momento aggregativo che come condotta trasgressiva.

   Il vero disagio si manifesta nella frammentazione dell’identità, nella mancanza della sua definizione, nell’assenza di senso. Certo, il senso di vacuità, lo smarrimento, il senso di incompiutezza sono dinamiche da sempre proprie della fase adolescenziale, ma ora la personalità sembra sparsa e dispersa, e proiettata in un tempo senza spazio. I giovani vagano per le strade, disorientati, smarriti, persi. Non saper che fare, non saper dove andare….molti studiosi lo attribuiscono all’inettitudine dei ragazzi o alla noia. In realtà il vissuto dei giovani non è la noia, ma la sensazione di smarrimento, e di sbandamento dei valori.

E’ la supremazia del virtuale sul reale, che porta i giovani ad intessere reti relazionali sempre più ampie nelle quali hanno ben imparato a districarsi, impoverendo però i rapporti di una significativa valenza affettiva.

Come può questo non ricondurre ad un’adultità che non c’è?
Al non saper distinguere fra un compagno e un genitore?
Al riferirsi ad un adulto che non c’è?
Chi è l’adulto par exellence nella rappresentazione simbolica inconscia?

     E’ qui il nodo nevralgico della questione: il problema della società postmoderna è che il padre è eliminabile. Non da eliminare, ma eliminabile. In passato il padre doveva essere eliminato poiché soffocava l’individuazione e l’autoaffermazione del figlio con un’educazione impositiva e dittatoriale (totemica), e laddove l’eliminazione non fosse stata possibile, subentrava uno stato di conflitto inconscio perenne con la figura genitoriale, che prendeva le forme di una vera e propria lotta al potere. Ora, nella società della comunicazione, questo passaggio non ha più motivo d’essere, non costituendo più il padre una figura potente e l’aumento di fenomeni quali la fecondazione artificiale e l’istituzione della Banca del seme, ne sono la riprova. Non è più necessario che il padre sia soppresso. Non fa più paura. Ecco perché il bambino deve fare il bullo, e quindi diventare “padre” autoritario, o cerca affetto in un estraneo incontrato in chat, o in chi quotidianamente gli presta attenzione (bidello, maestro ecc.). Cerca un adulto potente. La quantità di ricerche su queste tematiche dimostra incontrovertibilmente che il genitore si interroga, evidenziando non solo che esiste un disagio, ma, cosa benaugurante, che questo disagio è percepito. Si dice che prendere coscienza di un problema è il primo passo per risolverlo. E’ un concetto banale, che può acquistare un senso solo se la presa di coscienza viene identificata con il riconoscimento del bisogno dell’altro.

L’altro, immutabile e variabile, identico ed instabile.
L’altro, eterno e finito. L’altro non come mera soddisfazione del mio bisogno, ma come relazione.
L’altro, la risoluzione del problema.

Se questo riconoscimento non avviene, l’individuo permane imbrigliato nelle derive superomistiche che caratterizzano l’uomo del nostro secolo.

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