Terrorismo a Parigi

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Terrorismo a Parigi

Di fronte alla guerriglia Parigina un comunicato stampa non basta.
Stare spiaccicati e atterriti davanti alle televisioni per scandagliare il dettaglio delle informazioni non serve a niente. Non ci da nulla di più, avere notizie sul profilo logico e psicologico dei carnefici, il doloroso conteggio delle vittime, la dinamica dei fatti, la follia degli atti, la mappa delle azioni compiute. Sapere le reazioni obbligate e le dichiarazioni obbligue non ci da nulla di più che qualche soffocante banalità o qualche puntura di volgarità.
Parigi resta l’azione iniziata il 7 gennaio 2015 contro Charlie Hebdo e, per ora, finita al teatro Batàclan il 13 novembre 2015; ma non è detto che sia conclusa. La ricostruzione conta poco. Forse ci può essere utile, in termini di investigazione, chi è il regista di una carneficina così integrata e coordinata in uno spazio circoscritto e in un tempo molto definito, sincronizzato. Ma anche questo conta molto relativamente. Come molto relativamente contano le dirette televisive infinite e il bombardamento mediatico. Lo seguiamo, naturalmente, in una notte insonne e commovente, come un rito funebre, come ritualizzazione del lutto. Tutto però si è concluso con l’esplosione delle 21,20 allo stadio di Parigi e con il terrore diffuso nella nostra quotidianità, nella nostra normale convivialità. Non gli obiettivi considerati normalmente sensibili, stazioni, monumenti, luoghi di culto o identificativi di una religione o di uno schieramento politico; ma un centro commerciale, un caffè, un ristorante, uno stadio di calcio. A dire: “dovunque andiate, comunque siate, quando fate la spesa, quando incontrate un amico, quando pranzate con qualcuno o vedete uno spettacolo o una partita di calcio, abbiate paura, sentite il terrore di una morte annunciata”. Tutto si conclude lì, all’inizio, quando i giovani armati, calmi, freddi, cecchini addestrati e molto organizzati per il loro stesso martirio, hanno aperto il fuoco. Non attaccano il nostro modo di vivere. Ci portano il loro. Questo è un punto determinante. Un punto che ci fa più determinati a sostenere la cultura e la civiltà occidentale. Perché, se ci portano quel modo di vivere, ossessivo, ossessionante, totalizzante, fondamentalista, dove non c’è alcuno spazio fisico per la diversità che va dunque eliminata con la morte; perché se ci portano il loro modo di vivere, è quel modo di vivere che non vogliamo, che rifiutiamo, che combattiamo.

Ora però 2, solo due considerazioni dobbiamo farle:
1. in politica estera le cose non possono restare sospese. Se si decide una azione politica, o anche militare, bisogna andare fino in fondo. E rapidamente. Se l’Occidente decide di distruggere lo Stato Islamico, non può giocare con i nemici per ricostruire la sua presenza in un territorio in cui c’è la necessità di costruire rapporti politici con nuovi amici. Tenere in piedi una situazione equivoca per acquisire un vantaggio strategico significa imbarcare conflitto;
2. i carnefici di Parigi non sono terroristi, sono militanti, quasi militari, guerriglieri; e dunque questa non è una guerra asimmetrica, contro un nemico occulto o invisibile. C’è uno Stato costituito, islamico, con istituzioni, economie ed eserciti, con un potere istituito e un territorio definito. È una guerra molto simmetrica, defitiva e definibile, contro un nemico visibile, e vessilli sbandierati.
Queste 2 variabili vanno considerate.
Sarà deciso successivamente come reagire, se considerare l’azione come una strategia omicida della paura o come una dichiarazione di guerra.
Ora bisogna tenere botta e ragionare. Sappiamo che non possiamo più prevedere gli attentati. Possiamo vedere però gli equivoci. Concentriamoci sui più evidenti. Il più importante, che può orientare meglio la nostra politica futura, è che ci troviamo di fronte ad una inusuale dichiarazione di guerra, di una guerra che altri pensano che noi stiamo combattendo e noi non lo sappiamo.

Ormai no. Ormai non c'è più un attacco alla Francia, alla Germania, alla Spagna, all'Italia, alla Grecia o chiunque altro di noi. Ormai c'è un attacco a Parigi, Londra, Madrid, a Roma. Ormai c'è un attentato all'Europa, al teatro europeo. Ormai c'è uno scontro tra Piattaforme Continentali di Nazionalità. Occorre allora una risposta, politica, poliziesca, militante, militare europea.

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